Pensare al weekend di mercoledì quando i presupposti dei giorni antecedenti sono già scivolati giù, lungo il tubo del passato recente. Mi viene in mente quando partimmo per Torino. Un manipolo di quattro ragazzi che frequentavano l’ultimo anno della facoltà di cinema e spettacolo dell’Università di Urbino.
Credo fosse un mercoledì. Oltre a me, c’erano Eugenio, Bonazza e Mone Tanda che rischiammo di perdere il giorno stesso in cui arrivammo. Ho ben chiara l’immagine di quelle porte scorrevoli che si chiudono; Tanda che ci osserva attonito dall’autubus e noi giù, sul marciapiede che non sappiamo cosa fare; ci ricambiamo uno sguardo ebete e nell’impotenza ci limitiamo a un timido saluto mentre l’autubus che parte tiene in ostaggio il nostro amico. Non aveva senso chiedersi dove e quando sarebbe sceso. Le poche ore già trascorse a Torino ci avevano persuasi a credere che da quel mezzo, il nostro Tanda, sarebbe anche potuto non scendere o nella peggiore delle ipotesi sarebbe sceso rimaneggiato negli averi e scoraggiato negli affetti. Di lui smettemmo di curarci quattro vie più avanti quando ormai esaurite le ultime fatalistiche congetture, lo vedemmo, epifanico, impalato nei pressi di una fermata. Al bando le paure e scongiurata la forzata separazione ricompattammo il manipolo e riprendemmo il cammino con riconquistato vigore. Procedemmo guardinghi fino a tarda sera anche perché nessuno dei quattro, benché non ce lo fossimo detti apertamente, aveva del tutto dimenticato le prime voci che udimmo mettendo piede nella banchina della stazione: “Ragazzi! State attenti ad una banda di rumeni, perché rubano”! Erano due poliziotti, uomo e donna e ci accolsero così. Ci avviammo per le vie di San Salvario, quartiere etnico, quartiere sgarruppato. Era mezzogiorno. O giù di li. Sapevamo dove andare, ci si sentiva assai ventenni e un posto come quello faceva subito boheme.
Non ricordo come arrivammo al luogo prestabilito, ma era importante che dopotutto ci contavamo ancora in quattro e se qualcuno avesse camminato insieme a noi avrebbe di certo testimoniato che questa cosa non andava data per scontata.
Ripensandoci ora, rivivo ancora quella sorta di disorientamento e mi accorgo che ci sono numerosi vuoti di memoria che frenano il naturale svolgimento del racconto. Ma so che le motivazioni di questa mancanza vanno imputate alle situazioni e soprattutto agli ambienti che abitammo nei due giorni seguenti. E’ plausibile che una concertata autodifesa messa in atto dal cervello mi abbia spinto verso una parziale rimozione degli eventi potenzialmente dannosi. Però mi sovviene che Eugenio, se non erro, qualche mese dopo che tornammo da Torino decise di scrivere delle cose, di ricordare certi momenti difficili; quelli che passammo in una pensione del centro. Quel caldo afoso che impediva il sonno e rendeva isterico il dialogo. Mi pare che nel delirio per la febbrile e prolungata sopportazione, gridai la parola “ventilatore”. - Lo vado a comprare – dissi, per poi prendere coscienza dell’impossibilità oraria di farlo; saranno state le cinque del mattino o forse ricordo male. Per fortuna ho ritrovato il dattiloscritto di Eugenio. Sono sicuro che in questo modo aiuterò la precisione del racconto. Lo riporto così com’è, con la formattazione originale del file word che ho recuperato a fatica dal mio Pc. (Purtroppo il documento è manchevole di datazione e quella indicata dal mio pc non è attendibile perché l’orologio interno è definitivamente fuori uso già da qualche anno,quindi, dovremmo limitarci ai fatti):
Era notte a Torino
Rivisitazione tragicomica di una notte d’estate. (col senno di poi)
-Hotel.............?
-Ehm..........Bellavista mi pare.
-Cos’ha detto il vigile? abbiamo dei problemi con dei rumeni in quella zona? Bene!
Una strana consapevolezza di molte cose che sarebbero successe nei mesi sucessivi ci rendevano in quei giorni particolarmente curiosi. In fondo era appena cominciata l’estate e stavamo lentamente maturando quell’aria incerta e sognante di chi vede per la prima volta un gran pezzo di fica mentre incatenata alle cancellate della Cinemateque française fuma lunghissime sigarette rosse.
-Che piano?
-Ultimo!
-Ma come cazzo si fa a mettere una pensione all’ultimo piano di un condominio!!
Quando Mone pronunciò questa frase era del tutto inconsapevole che di li a poco sarebbe stato rapito da un mezzo di trasporto pubblico. L’avremmo rivisto attonito e visibilmente provato solo diversi semafori dopo.
Comunque questa era la situazione: Tardo pomeriggio di giugno, Torino, triangolo industriale, terza città d’Italia, grande, sporca, calda, negra, araba, rumena, napoletana, operaia, keebab, troioni stipati in un buco sottoterra, pellicole sedici millimetri, professori di Urbino che parlano romano, presunti registi che prendono i rossi dentro una alfa trentatre insieme a quattro ragazzi di provincia in pantaloni corti, albergatori scortesi in canotta color crema,
-a proposito, questa sera torneremo un pò tardi....sa com’è.....
-ragazzi ma fate un pò come volete!!!
Pensioni anni cinquanta tipo Shining alle quali si accede direttamente dall’ascensore, ampio locale bar al suo interno, funzionale impianto di condizionamento che trasforma due persone in un lurido ammasso di sudaticcie imprecazioni,
-mmmm......ho caldo.......ahh...... mmmmm........basta.....cazzo!!
-adesso scendo e compro una minchia di ventilatore, sai di quelli piccoli.......non ne posso più
dai cazzo!!
grande terrazza con vista su palazzoni, cortili tipo “Finestra sul cortile” ma non quello di Hitchcock, no,un remake da terzo mondo in bianco e nero girato con poche lire, jeans appesi al balcone, negroni di due metri che guardano in tv il torneone di calcio che adesso non mi ricordo manco più che cazzo era ma quel giorno lo sapevo, piantina della città in mano per trovare qualsiasi cosa, il set, il mega museone nazionale del cinema che ci aveva fatto vedere quello spilungone di Lizzani in sala cinema, c’eravamo anche gasati, piazza San carlo, una specie di moschea, che poi era una sinagoga, di fianco alla pensione, la Juve che aveva appena perso la coppa campioni ma tanto non ce ne fregava un cazzo perchè va bè.............cazzo ai rigori son buoni tutti............ e poi quel tre a uno sul Real.......... quello chi se lo scorda.
Queste parole, rilette dopo qualche anno mi trovano in parte impreparato e così provo un intenso piacere nel manifestare un principio di commozione. La blocco lì sulla soglia del travaso e la prolungo come un acuto per numerosi secondi che è vietato contare. Ora che la tensione cala insieme al noto groppo in gola cerco un perché. Sarà la Juve che vince 3-1 contro il Real. Cazzo che partita!! Hai ragione tu, chi la dimentica; e poi vaffanculo alla finale persa ai rigori, anche se noi, italiani, ai rigori, qualche estate più avanti, abbiamo alzato la coppa del mondo! E poi, Eu, te lo ricordi il golasso di Del Piero contro il Real? Come si dice: poesia. (Chissà se una donna questa cosa la potrà mai capire? Sono quasi certo che per l’ennesima volta quella che si sveglierà al nostro fianco, non lo capirà. Ma so anche che non smetteremo di cercare). Forse quella con il Real fu l’ultima vera partita, quella giocata; intendo palla al centro e vinca il migliore. Quello che accadde dopo è storia recente, è storia sporca. La Juve in serie B e Pessotto giù dalla finestra. Calciopoli e l’ultimo gol di Del Piero ai Mondiali. Che gol! Però bravo anche il Gila.
Lo ripeto, arrivammo nel luogo dell’incontro tutti e quattro sani e salvi compreso il nostro Tanda che il destino aveva provato a sottrarci. Ma noi fummo più forti perché laggiù, lontano, ci aspettava qualcuno che ci avrebbe mostrato un mondo nuovo. Un mondo di cui avevamo sentito parlare, sul quale da un po’ di tempo stavamo tutti, a modo nostro, fantasticando.
Questa parte della città era davvero troppo città per chi come noi arrivava dalla piccola provincia. L’aria che si respirava era quella di Blade Runner , più film americani tipo Bronx e in aggiunta tutta una serie di elementi nostrani tipo sopraelevata sconsiderata costruita negli anni Sessanta/Settanta, forse. Capimmo che il posto era quello giusto dai camion parcheggiati lungo la strada principale e da una serie cospicua di proiettori che illuminavano l’entrata di un pub. La persona che stavamo cercando si trovava con buona probabilità là dentro. Non ci dicemmo nulla e riprendemmo a camminare in quella direzione. Non fu necessario entrare. Il nostro professore, Claudio, era lì fuori nei pressi dell’ingresso principale, impegnato in una conversazione. Non lo disturbammo e aspettammo il nostro turno.
Credo fosse un mercoledì. Oltre a me, c’erano Eugenio, Bonazza e Mone Tanda che rischiammo di perdere il giorno stesso in cui arrivammo. Ho ben chiara l’immagine di quelle porte scorrevoli che si chiudono; Tanda che ci osserva attonito dall’autubus e noi giù, sul marciapiede che non sappiamo cosa fare; ci ricambiamo uno sguardo ebete e nell’impotenza ci limitiamo a un timido saluto mentre l’autubus che parte tiene in ostaggio il nostro amico. Non aveva senso chiedersi dove e quando sarebbe sceso. Le poche ore già trascorse a Torino ci avevano persuasi a credere che da quel mezzo, il nostro Tanda, sarebbe anche potuto non scendere o nella peggiore delle ipotesi sarebbe sceso rimaneggiato negli averi e scoraggiato negli affetti. Di lui smettemmo di curarci quattro vie più avanti quando ormai esaurite le ultime fatalistiche congetture, lo vedemmo, epifanico, impalato nei pressi di una fermata. Al bando le paure e scongiurata la forzata separazione ricompattammo il manipolo e riprendemmo il cammino con riconquistato vigore. Procedemmo guardinghi fino a tarda sera anche perché nessuno dei quattro, benché non ce lo fossimo detti apertamente, aveva del tutto dimenticato le prime voci che udimmo mettendo piede nella banchina della stazione: “Ragazzi! State attenti ad una banda di rumeni, perché rubano”! Erano due poliziotti, uomo e donna e ci accolsero così. Ci avviammo per le vie di San Salvario, quartiere etnico, quartiere sgarruppato. Era mezzogiorno. O giù di li. Sapevamo dove andare, ci si sentiva assai ventenni e un posto come quello faceva subito boheme.
Non ricordo come arrivammo al luogo prestabilito, ma era importante che dopotutto ci contavamo ancora in quattro e se qualcuno avesse camminato insieme a noi avrebbe di certo testimoniato che questa cosa non andava data per scontata.
Ripensandoci ora, rivivo ancora quella sorta di disorientamento e mi accorgo che ci sono numerosi vuoti di memoria che frenano il naturale svolgimento del racconto. Ma so che le motivazioni di questa mancanza vanno imputate alle situazioni e soprattutto agli ambienti che abitammo nei due giorni seguenti. E’ plausibile che una concertata autodifesa messa in atto dal cervello mi abbia spinto verso una parziale rimozione degli eventi potenzialmente dannosi. Però mi sovviene che Eugenio, se non erro, qualche mese dopo che tornammo da Torino decise di scrivere delle cose, di ricordare certi momenti difficili; quelli che passammo in una pensione del centro. Quel caldo afoso che impediva il sonno e rendeva isterico il dialogo. Mi pare che nel delirio per la febbrile e prolungata sopportazione, gridai la parola “ventilatore”. - Lo vado a comprare – dissi, per poi prendere coscienza dell’impossibilità oraria di farlo; saranno state le cinque del mattino o forse ricordo male. Per fortuna ho ritrovato il dattiloscritto di Eugenio. Sono sicuro che in questo modo aiuterò la precisione del racconto. Lo riporto così com’è, con la formattazione originale del file word che ho recuperato a fatica dal mio Pc. (Purtroppo il documento è manchevole di datazione e quella indicata dal mio pc non è attendibile perché l’orologio interno è definitivamente fuori uso già da qualche anno,quindi, dovremmo limitarci ai fatti):
Era notte a Torino
Rivisitazione tragicomica di una notte d’estate. (col senno di poi)
-Hotel.............?
-Ehm..........Bellavista mi pare.
-Cos’ha detto il vigile? abbiamo dei problemi con dei rumeni in quella zona? Bene!
Una strana consapevolezza di molte cose che sarebbero successe nei mesi sucessivi ci rendevano in quei giorni particolarmente curiosi. In fondo era appena cominciata l’estate e stavamo lentamente maturando quell’aria incerta e sognante di chi vede per la prima volta un gran pezzo di fica mentre incatenata alle cancellate della Cinemateque française fuma lunghissime sigarette rosse.
-Che piano?
-Ultimo!
-Ma come cazzo si fa a mettere una pensione all’ultimo piano di un condominio!!
Quando Mone pronunciò questa frase era del tutto inconsapevole che di li a poco sarebbe stato rapito da un mezzo di trasporto pubblico. L’avremmo rivisto attonito e visibilmente provato solo diversi semafori dopo.
Comunque questa era la situazione: Tardo pomeriggio di giugno, Torino, triangolo industriale, terza città d’Italia, grande, sporca, calda, negra, araba, rumena, napoletana, operaia, keebab, troioni stipati in un buco sottoterra, pellicole sedici millimetri, professori di Urbino che parlano romano, presunti registi che prendono i rossi dentro una alfa trentatre insieme a quattro ragazzi di provincia in pantaloni corti, albergatori scortesi in canotta color crema,
-a proposito, questa sera torneremo un pò tardi....sa com’è.....
-ragazzi ma fate un pò come volete!!!
Pensioni anni cinquanta tipo Shining alle quali si accede direttamente dall’ascensore, ampio locale bar al suo interno, funzionale impianto di condizionamento che trasforma due persone in un lurido ammasso di sudaticcie imprecazioni,
-mmmm......ho caldo.......ahh...... mmmmm........basta.....cazzo!!
-adesso scendo e compro una minchia di ventilatore, sai di quelli piccoli.......non ne posso più
dai cazzo!!
grande terrazza con vista su palazzoni, cortili tipo “Finestra sul cortile” ma non quello di Hitchcock, no,un remake da terzo mondo in bianco e nero girato con poche lire, jeans appesi al balcone, negroni di due metri che guardano in tv il torneone di calcio che adesso non mi ricordo manco più che cazzo era ma quel giorno lo sapevo, piantina della città in mano per trovare qualsiasi cosa, il set, il mega museone nazionale del cinema che ci aveva fatto vedere quello spilungone di Lizzani in sala cinema, c’eravamo anche gasati, piazza San carlo, una specie di moschea, che poi era una sinagoga, di fianco alla pensione, la Juve che aveva appena perso la coppa campioni ma tanto non ce ne fregava un cazzo perchè va bè.............cazzo ai rigori son buoni tutti............ e poi quel tre a uno sul Real.......... quello chi se lo scorda.
Queste parole, rilette dopo qualche anno mi trovano in parte impreparato e così provo un intenso piacere nel manifestare un principio di commozione. La blocco lì sulla soglia del travaso e la prolungo come un acuto per numerosi secondi che è vietato contare. Ora che la tensione cala insieme al noto groppo in gola cerco un perché. Sarà la Juve che vince 3-1 contro il Real. Cazzo che partita!! Hai ragione tu, chi la dimentica; e poi vaffanculo alla finale persa ai rigori, anche se noi, italiani, ai rigori, qualche estate più avanti, abbiamo alzato la coppa del mondo! E poi, Eu, te lo ricordi il golasso di Del Piero contro il Real? Come si dice: poesia. (Chissà se una donna questa cosa la potrà mai capire? Sono quasi certo che per l’ennesima volta quella che si sveglierà al nostro fianco, non lo capirà. Ma so anche che non smetteremo di cercare). Forse quella con il Real fu l’ultima vera partita, quella giocata; intendo palla al centro e vinca il migliore. Quello che accadde dopo è storia recente, è storia sporca. La Juve in serie B e Pessotto giù dalla finestra. Calciopoli e l’ultimo gol di Del Piero ai Mondiali. Che gol! Però bravo anche il Gila.
Lo ripeto, arrivammo nel luogo dell’incontro tutti e quattro sani e salvi compreso il nostro Tanda che il destino aveva provato a sottrarci. Ma noi fummo più forti perché laggiù, lontano, ci aspettava qualcuno che ci avrebbe mostrato un mondo nuovo. Un mondo di cui avevamo sentito parlare, sul quale da un po’ di tempo stavamo tutti, a modo nostro, fantasticando.
Questa parte della città era davvero troppo città per chi come noi arrivava dalla piccola provincia. L’aria che si respirava era quella di Blade Runner , più film americani tipo Bronx e in aggiunta tutta una serie di elementi nostrani tipo sopraelevata sconsiderata costruita negli anni Sessanta/Settanta, forse. Capimmo che il posto era quello giusto dai camion parcheggiati lungo la strada principale e da una serie cospicua di proiettori che illuminavano l’entrata di un pub. La persona che stavamo cercando si trovava con buona probabilità là dentro. Non ci dicemmo nulla e riprendemmo a camminare in quella direzione. Non fu necessario entrare. Il nostro professore, Claudio, era lì fuori nei pressi dell’ingresso principale, impegnato in una conversazione. Non lo disturbammo e aspettammo il nostro turno.
1 commento:
Quel sentore di rivoluzioni imminenti, quel sapore di bohème, il fascino della città come idealizzazione del caos ed insieme della libertà che manca alla provincia, assieme al sogno di essere nata trent’anni prima, solo per vivere quelle sale cinematografiche, in prima fila per ricevere le immagini nuove, non ancora sciupate… questo sì lo condivido, ma intanto continuo a sperare che vinca la Roma, o la Juve se è il caso, solo felice (ma non è poco) di vedere scintille nei vostri occhi, uomini…
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